Pino Puglisi

Pino Puglisi

Sacerdote, vittima di mafia

Provengo da una famiglia umile, mio padre era un calzolaio, mamma faceva la sarta. A 16 anni sono entrato in seminario per diventare prete all’età di 23.Da allora ho servito Cristo in parrocchie periferiche, a contatto con gli orfani e le donne in difficoltà, a scuola coi ragazzi, in seminario con gli aspiranti al sacerdozio; a lungo ho lavorato per aiutare i giovani a scoprire la propria vocazione e a seguirla. Un giorno il vescovo mi ha proposto di tornare dove la mia vita è cominciata, Brancaccio, il quartiere più degradato di Palermo, periferia dimenticata dalle Istituzioni, famosa per essere il covo sicuro dei mafiosi più in vista della città. Sono tornato preoccupandomi di fare amicizia con i figli di tutti, della brava gente come dei delinquenti, a loro ho dedicato tutte le mie energie e il mio tempo nel tentativo di riportare alla luce la dignità umana e i valori del Vangelo. Nel giorno del mio 56° compleanno, qualcuno ha pronunciato il mio nome, ho avuto solo il tempo di salutarlo con un sorriso. Quel giorno il Cielo si è aperto anche per me.

Ognuno di noi sente dentro di sé una inclinazione, un carisma.
Un progetto che rende ogni uomo unico e irripetibile.
Questa chiamata, questa vocazione è il segno dello Spirito Santo in noi.
Solo ascoltare questa voce può dare senso alla nostra vita.

 

Venti, sessanta, cento anni… la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo Amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo.

 

Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un’illusione che non possiamo permetterci.
E’ soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…

 

 

Bisogna cercare di seguire la nostra vocazione, il nostro progetto d’amore.
Ma non possiamo mai considerarci seduti al capolinea, già arrivati.
Si riparte ogni volta.
Dobbiamo avere umiltà, coscienza di avere accolto l’invito del Signore, camminare, poi presentare quanto è stato costruito per poter dire: sì, ho fatto del mio meglio.

 

A chi ha rabbia nei confronti della società che vede;

a chi è pieno di paure e di ansia;
a chi è impaziente perché ciò che desidera tarda a realizzarsi;
a chi è sfiduciato per le sue cadute.
Si deve dare la speranza a chiunque chieda segni di amore.

 

 

«E’ importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste.
Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello,
sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti.»

 

«Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi.»

 

Credo a tutte le forme di studio, di approfondimento e di protesta contro la mafia. La mafiosità si nutre di una cultura e la diffonde: la cultura dell’illegalità. “

 

A questo può servire parlare di mafia, parlarne spesso, in modo capillare, a scuola: è una battaglia contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi.“



Il primo dovere a Brancaccio è rimboccarsi le maniche. E i primi obiettivi sono i bambini e gli adolescenti: con loro siamo ancora in tempo, l’azione pedagogica può essere efficace… Ma già a quell’età non è semplice, perché tanti bambini sono costretti a lavorare o a rubare. E tante bambine vengono costrette a fare di peggio, perché esistono nel quartiere anche casi di prostituzione minorile.

 

… non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male,

ma seminava il bene, tanto bene.

(Papa Francesco, Palermo 15 settembre 2018)

 


Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è

 

Hai voluto che ti dessi del tu e ora lascia che io lofaccia.

Per te ho rinunciato a una donna, a una famiglia, a dei figli.

Come famiglia mi hai dato questo quartiere disgraziato di delinquenti, relitti e santi. E di figli.

Mi hai promesso che mi saresti bastato.

Dove sei?

In loro?

Come si fa ad amare chi ti sputa in faccia?

Come si fa ad amare chi ti uccide?

Amare i propri nemici è la follia più grande a cui abbia creduto.

Loro avranno sempre l’ultima parola, la loro forza.

La gente chiama loro e m allo stesso modo. Don.

Don Giuseppe Puglisi. Don Giuseppe Graziano. ‘U parrinu. Loro come me.

Dove pensi che vada la gente? Da loro che hanno che hanno la forza o da me che ho solo libri e parole? Dio degli eserciti? Dio onnipotente?

Dio debole e silenzioso.

Così tratti i tuoi amici?

Per questo ne hai così pochi.

Ma non ti abbandono. Tu mi hai dato tutto.

Adesso prendimi, portami in alto e tra la luce e l’aria fammi scoprire le mie ali.

Lascia che io sia come quando mia madre mi prendeva in braccio e mi riempiva di baci.

Lascia che io sia come quando mio padre tra una montagna di scarpe da riparare mi sollevava sulle spalle e mi faceva vedere le cose. Persino il mare si vedeva da quelle spalle.

Sollevami sulle tue spalle e fammi vedere il mare.

Da lassù tutto quel mare oscuro da attraversare non fa paura.

Se non ho dentro di me il Paradiso, mai vi entrerò.

Non ho paura della morte.

Ho paura di morire.

Io cerco il tuo volto, tu non me lo nascondere.

Ora e nell’ora della mia morte.

Abbiamo bisogno di uomini di amore, non di uomini di onore; di servizio, non di sopraffazione»

quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: «c’era una specie di luce in quel sorriso». Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio.

Don Pino lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è sempre perdente.

Non si può seguire Gesù con le idee, bisogna darsi da fare. «Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto», ripeteva don Pino. Quanti di noi mettono in pratica queste parole? Oggi, davanti a lui domandiamoci: che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa, per la società? Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare che la società lo faccia, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l’amore! Senti la vita della tua gente che ha bisogno, ascolta il tuo popolo. Abbiate paura della sordità di non ascoltare il vostro popolo. Questo è l’unico populismo possibile: ascoltare il tuo popolo, l’unico “populismo cristiano”: sentire e servire il popolo, senza gridare, accusare e suscitare contese.

Così ha fatto padre Pino, povero fra i poveri della sua terra. Nella sua stanza la sedia dove studiava era rotta. Ma la sedia non era il centro della vita, perché non stava seduto a riposare, ma viveva in cammino per amare. Ecco la mentalità vincente. Ecco la vittoria della fede, che nasce dal dono quotidiano di sé. 

(Papa Francesco, 15 settembre 2018)

 

«Era ordinario nella sua straordinarietà. Direi che è una persona che ha amato la vita. Sicuramente ha amato la libertà. È morto, secondo me, per insegnare ai giovani del quartiere di Brancaccio a camminare a testa alta, a non piegarsi davanti al potere mafioso, a non piegarsi di fronte alla prepotenza.» Suor Carolina (braccio destro di Padre Puglisi a Brancaccio)