Rosario Livatino

Rosario Livatino

Giudice, vittima di mafia

Nasco a Canicattì, cittadina siciliana, il 3 ottobre 1952. Mi chiamo Rosario, primo ed unico figlio di papà Vincenzo e mamma Rosalia.Studio seriamente e dopo la maturità classica scelgo di seguire le orme di mio padre, conseguendo a pieni voti la laurea in giurisprudenza per poi realizzare il mio sogno: entrare in magistratura. Ho cercato nel dialogo quotidiano con Dio ispirazione per il mio lavoro. Da subito, per le mie spiccate doti e le intuizioni, mi vengono affidati casi delicati di mafia. Gli anni scorrono in maniera semplice, tra il lavoro sempre più intenso, lo stare accanto ai miei genitori e il desiderio di formare una famiglia.

Le inchieste sono numerose e complesse, le indagini da me condotte fanno emergere il legame tra mafia e politica e il sistema di corruzione radicato nel territorio. Pian piano vengo a conoscenza dei segreti dei clan, questo determina la mia condanna a morte.

Una mattina di settembre, mentre andavo in tribunale, alcuni sicari mi hanno raggiunto e ucciso. Ero solo, non avevo la scorta, perché non volevo che altri padri di famiglia rischiassero la loro vita per proteggere la mia.

La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio. 

 

Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.

 

 

Scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata.

 

 

Compito del magistrato non deve quindi essere solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge, ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine.