terra di confine

Terra di confine

Annalena Tonelli

Missionaria laica

Sono nata a Forlì il 2 aprile 1943, scelsi di essere per i non amatiche ero una bambina. Volevo seguire solo Gesù Cristo,null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. In un primo tempo inKenya, poi in Somalia,senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, ho seguito malati di HIV, di tubercolosi,ammalati per fame, poliomielitici, orfani, persone con handicap fisici e mentali, bambini sordomuti, ciechi, donne vittime di mutilazioni genitali. Per dare aiuti concreti ed efficaci servivanoscuole e ospedali, centri di assistenza. Il Comitato per la lotta contro la fame nel mondo prima, l’OMS e l’UNHCR poi, hanno reso tutto questo possibile. Gli uomini di governo e di potere, però, mi sono stati sempre ostili e i capi tribù musulmani, in un primo momento, non favorivano l’aiuto da parte di una donna, cattolicaper di più.34 anni in terra d’Africa! La sera del 5 ottobre 2003, dopo tanti tentativi andati a vuoto, qualcuno ha deciso di fermare la mia corsa lasciandomi senza vita.

La vita è sperare sempre, sperare contro ogni speranza, buttarsi alle spalle le nostre miserie, non guardare alle miserie degli altri, credere che DIO c’è e che LUI è un DIO d’amore.

 

La vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. 

 

Questo dell’ut unum sint è stata ed è l’agonia amorosa della mia vita, lo struggimento del mio essere. E’ una vita che combatto e mi struggo, come diceva Gandhi, dopo Gesù Cristo, che combatto, io povera cosa, per essere buona, veritiera, non violenta nei pensieri, nella parola, nell’azione. Ed è una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola.

 

In senso molto più lato, il dialogo con le altre religioni è questo. E’ condivisione. Non c’è bisogno quasi di parole. Il dialogo è vita vissuta, meglio, almeno io lo vivo così, senza parole.

Carlo Urbani

Medico e ricercatore

Mi chiamo Carlo, sono nato a Castelplanio un piccolo paese delle Marche, nel 1956.Nel desiderio di rendere concreta la mia fede, già durante il liceo ho cominciato aimpegnarmi nel volontariato e forse così è nata in me la voglia di diventare medico e di specializzarmi in malattie infettive, soprattutto quelle che colpiscono i paesi più poveri.

Aiutare chi soffre, giorno dopo giorno, è diventato il modo in cui la fede in Gesù Cristo ha trovato carne nella mia vita: donarmi agli altri; ho capito sempre più che i malati non hanno bisogno solo di cure, ma che il medico prescriva anche se stesso,una medicina per l’anima insieme a quelle per il corpo.

Nel 2000 mi sono trasferito in Thailandia con la mia famiglia per lavorare come medico dell’OMS, e proprio lì ho contratto una grave malattia, la SARS, che era ancora sconosciuta. Non sono riuscito a salvare la mia vita, ma ho fatto in tempo a dare il mio contributo per fermare il contagio. Sono cresciuto inseguendo i sogni e credo di essere riuscito a realizzarli: ringrazio Dio per ciò che mi ha donato.

Dio opera attraverso gli uomini e allora dobbiamo dare a Lui modo di agire attraverso noi.

Nella vita credo di aver saputo distinguere gli indizi che mi hanno guidato fino a qua, e per arrivarci ho anche accettato di affrontare burrasche e scogli, ma ora non chiederei di meglio dalla vita.

Ringrazio Dio per tanta generosità nei miei confronti, e mi sforzo di sdebitarmi lasciando che i miei “talenti” producano germogli e piante. Vorrei comunque fare di meglio, non tanto nel lavoro, dove do tanto, ma con gli affetti più prossimi.

Mi sento un grande privilegiato al quale il Padre buono ha offerto una vita ricca, dove alcuni campi fertili non aspettano altro che vi semini responsabilmente i miei talenti. E a volte riscopro la Sua beltà nell’oggetto del mio lavoro, nei misteriosi fiumi che risalgo, fiumi d’acqua e fiumi di conoscenze, nei volti dei magri bambini nati come Lui in una capanna, o nei sorrisi coraggiosi di chi condivide il mio lavoro.

Credimi, è bello muovere passi in questo grande villaggio, e scoprirne le ferite e le glorie. Credo che la Sua beltà ci si manifesti in mille modi, e pur se convinto che anche nel silenzio di un monastero o nelle limitazioni della clausura sia visibile, amo troppo scoprirla in nuovi orizzonti, o dietro occhi nuovi.

A volte sussurrare una Avemaria in silenziosi tramonti mi causa leggeri brividi di emozione, e non smetto di raccomandarmi al Signore ogni volta che vedo una prova sul mio cammino. Non so se questo basti, anzi immagino che ci si aspetti di più da un “bravo cristiano”… per cui sto pensando di rimuovere il “bravo” dal cristiano che sono! Ma non ho dubbi che il Padre Buono saprà sempre alzare una mano per appoggiarmi carezze sul capo… almeno spero!